venerdì 18 agosto 2017

Penna alla mano #5: Scrivere di getto o pianificare?

Da un po’ volevo scrivere questo post, solo che non ero sicura se affrontare l’argomento. Oltre ad essere dibattuto è anche molto comune e non volevo scrivere l’ennesimo post sullo stesso argomento.
Ho letto spesso articoli che si chiedevano quale fosse il metodo migliore per ideare la trama di un romanzo, se progettarla tutta prima o andare avanti a ispirazione senza un progetto. Ogni autore ha un’opinione diversa in merito, ma penso che tutti ci possiamo trovare d’accordo nel dire che questa è una di quelle cose che cambia di persona in persona. Il metodo che per me è perfetto per qualcun altro può essere un totale fallimento, e viceversa.
Con i racconti brevi è semplice, la trama è poca ed è logico conoscere sin dall’inizio la fine della storia. Un romanzo richiede qualche riflessione in più sulla trama.
Quando ho scritto la mia prima storia lunga sono andata un po’ a tentoni, ma in seguito ho provato altri metodi. Mi sono resa conto che il primo, che avevo adottato per pura inesperienza, era quello che più si confaceva al mio modo di scrivere, anche se necessitava di qualche aggiustatina.

Le mie storie nascono sempre da un’idea che, molto spesso, si può riassumere in una domanda. Ad esempio mi chiedo cose come: “Che succederebbe se le nostre ombre prendessero vita?” o “E se in realtà oltre questa nebbia fittissima non ci fosse nulla? Se scendessi dall’auto e mi ritrovassi su un baratro nello spazio?”. Non penso mai che vorrei scrivere una storia di fantascienza o d’amore, o con uno stile predefinito, l’idea è sempre ridotta all’osso ed è un punto di partenza vago, da cui potrebbe nascere qualsiasi cosa.
Con queste premesse l’inizio della trama è facile da scrivere, è la necessità di ricreare un mondo o una situazione in particolare, mettere in gioco dei personaggi che possano sviluppare la problematica che mi ha interessato. In principio so che cosa deve succedere e come voglio che succeda, la maggior parte sono scene atte a inserire il lettore nella storia, a fargli conoscere i protagonisti, quindi ciò che accade non è ancora lo svolgimento centrale ma un preludio ad esso, un cominciare a intrecciare i fili, con una trama che si scorge appena.
Programmo la trama, infatti inizio a scrivere solo dopo aver messo giù qualche riga a mano su cosa voglio che accada, come voglio i personaggi e i punti fermi del romanzo, quelli su cui la storia poggia le sue basi (ossia la fatidica domanda che mi pongo prima di iniziare a scrivere). In questa fase non ho una fine del romanzo, se è per questo neanche una metà, ho ben delineato l’inizio.
Da qui inizia il lavoro più difficile, ma anche il più divertente.
Scrivo questa prima parte e so che più andrò avanti più le cose si complicheranno. Cominciano ad esserci dei vincoli nella storia, i personaggi hanno delle leve che li fanno muovere in questa o in quell’altra direzione. Devo inventare la trama in base a tutto ciò e ho dei punti fermi che ho bisogno mantenere. In questo lasso di tempo, mentre scrivo la prima parte di storia, di solito mi sono già venute in mente nuove idee su come farla continuare. A volte è un processo naturale, i personaggi hanno fatto delle scelte e ciò che segue sono le conseguenze di queste, oppure mi viene in mente qualcosa da aggiungere alla storia che darà una svolta alla trama, altre volte devo cercare la soluzione pensando a varie alternative, cercando un modo per cavare i protagonisti dallo stallo.
Dopo aver scritto l’inizio scorgo la continuazione ben chiara, ma solo a breve termine, mentre ho una vaga idea della direzione. In effetti è un po’ come guidare con la nebbia, vedi la strada subito davanti a te e sai che a cinque metri c’è un dosso, intravedi un semaforo, ma dopo? Lo scopri andando avanti.
Quando scrivo da un po’ capisco di che tipo di storia si tratta, se deve avere un finale felice, o triste, o amaro (spoiler: con me felice del tutto quasi mai, se non ci scappa il morto c’è almeno qualcosa di brutto con cui i protagonisti devono imparare a convivere, e comunque di morti ce ne sono già stati in precedenza). Il finale nel dettaglio lo scopro come il resto della trama, scrivendo, ma sapevo già di voler arrivare a quel punto. Ancora una volta mi viene utile il paragone della nebbia: conosco la meta, ma non la strada.


Ora, a voi: come scrivete la trama dei vostri romanzi? La programmate tutta in anticipo e dopo iniziate a scrivere? Oppure vi lasciate ispirare dalle sensazioni del momento? Siete un po’ simili a me, e la programmate poco alla volta? O avete ancora un altro metodo?

giovedì 10 agosto 2017

Il genio e il golem - Helene Wecker

Finalmente trovo del tempo per parlare di un romanzo che ho letto in un baleno e che ho adorato tantissimo, ma del quale non sono ancora riuscita a scrivere la recensione. Un po’ è stato per mancanza di tempo, poi per il pc che ha deciso infine di dirmi addio (vi scrivo da un nuovo pc, regalato in gran gruppone da Famiglia e Fidanzato per il compleanno), e alla fine perché sono andata in ferie e mi sono staccata da tutto.
Ma eccomi di ritorno, ed ecco che finalmente posso sbrodolare il mio aMMore per “Il genio e il golem”, di Helene Wecker.


Siamo nel 1899, in una cittadina dell’est Europa. A Jehuda Schalmaan, un ex rabbino caduto in disgrazia che si è lasciato sedurre dai segreti della quabbala, viene commissionato un golem con fattezze di donna, destinato a diventare la moglie di un giovane ereditiere di incredibile stupidità. L’uomo è infatti riuscito a perdere tutto il suo patrimonio in pochi anni, così usa gli ultimi averi per una moglie fantoccio e un biglietto di sola andata verso New York.
Il golem viene creato, imbarcato in terza classe, e lì gli viene dato il soffio della vita. Il suo padrone muore a bordo del transatlantico a causa di un’appendicite che aveva trascurato e la creatura sbarca a Staten Island, trovandosi in una città immensa, in mezzo a persone in carne e ossa. Non sa come comportarsi, dove andare, e i desideri della gente che percepisce a causa della sua natura la disorientano e la esasperano, come un mormorio in costante crescita nel cervello.
Proprio mentre la golem sta per perdere il controllo un uomo gentile la aiuta e la porta via con sé. Si tratta del vecchio Avram Meyer, un rabbino ben inserito nella comunità ebraica di New York. Intuisce che la golem non è un essere umano e, un po’ per proteggere lei, un po’ per proteggere gli abitanti della città, la prende sotto la sua ala. Le insegna come vivere, le trova un lavoro in un panificio e intanto studia un modo per darle la possibilità, se lei lo desidera, di legarsi a un nuovo padrone. La golem è infatti bombardata dai desideri di tutti gli umani, non avendo più un unico padrone da servire, e dal costante bisogno di soddisfare le più disparate necessità: la fame dei bambini per strada, il bisogno di denaro, la solitudine, la paura che avverte negli altri.
In ultimo, prima di lanciarla nella chiassosa e vivissima New York, il rabbino Meyer dà un nome alla golem: si chiamerà Chava, che significa vita.

Siamo nel quartiere turco di New York, un isolato in cui sembra di entrare in un mondo differente. Le insegne dei negozi sono scritte in turco, il profumo che aleggia nell’aria è speziato e colpisce le narici, l’inglese lascia il posto ad altre lingue e tutto ciò si mischia fino a formare una comunità piccola ma unita e forte, in cui le tradizioni vengono onorate e nessuno è mai lasciato a sé stesso.
In questo ambiente lo stagnino Boutrous Arbeleey vede comparire una creatura che, da millenni, è leggenda. Un djinn, un genio del deserto, compare nel suo negozio dopo che lui tenta di incidere un’oliera che deve riparare. L’essere non sa perché si trova lì dentro, né come ci sia arrivato, sa solamente di essere prigioniero, ma non sa dove sia né chi sia il suo aguzzino.
Restio a far parte della comunità, il genio comincia suo malgrado a inserirsi quando si rende utile in bottega forgiando piccoli gioielli in rame o argento con il solo calore delle mani. Ma la sua curiosità e la voglia di libertà sono tali che si trova a esplorare tutta New York, dai tetti in cui si rifugiano i disgraziati, ai palazzi imponenti dei ricchi, fino a giungere al quartiere ebraico.
Lì il genio, che si fa chiamare Amhad, fa un incontro che determinerà non solo la sua esistenza, ma anche quella della strana creatura che vede per la prima volta di sfuggita, e che scappa di fronte a lui. Una donna fatta di terra.


Helene Wecker
È passato un bel po’ di tempo da quando ho letto questo romanzo ma spero di riuscire a parlarne come si deve perché se lo merita. In tutta onestà, è passato talmente tanto di quel tempo che non so bene da dove cominciare.
Ero scettica all’inizio, la trama sembrava interessante ma avevo anche paura di imbattermi in un romanzo poco curato e pieno di cliché, il classico romance soprannaturale che si trova oggi e che io non amo. Lo presi in biblioteca pensando che, al massimo, lo avrei restituito di lì a poco. Invece sin dalle prime pagine rimasi affascinata e continuai a leggere.
Lo stile è scorrevole, semplice, privo di fronzoli, ma con un linguaggio concorde all’epoca in cui si trovano i protagonisti. Una delle prime cose che si notano è il lavoro di informazione che la Wecker ha eseguito, sia sulle usanze e le tradizioni delle due culture (quella musulmana e quella ebraica) dal cui folklore ha attinto, sia riguardo alla New York di fine ‘800. ‘Il genio e il golem’ trasporta in quell’epoca, in quella città.
Penso che metà di questa magia sia compiuta dall’abilità dell’autrice, ma l’altra metà è tutta dovuta alle descrizioni, ai dettagli riguardo luoghi e usanze. Con un contesto vago o un’accuratezza minore non si avrebbe avuto lo stesso risultato, la stessa sensazione di essere lì, la voglia di poter tornare indietro in quel tempo, in quel luogo. Personalmente avrei tanto voluto potermi trasportare a New York, nel 1899, per incontrare tutti i meravigliosi personaggi di questo romanzo.

Una menzione particolare va ai personaggi, perché sono tanti e tutti splendidamente raccontati.
I protagonisti hanno caratteri molto diversi ma quello che mi piace è che hanno un background, insegnamenti ed esperienze, che li hanno formati per essere così. I loro pensieri, il modo di agire e interagire con quel mondo circostante che non conoscono, dipende da questi insegnamenti, strettamente legati alla loro natura di golem e di genio. Chava ad esempio è molto attenta alle conseguenze delle sue azioni perché, percependo i desideri delle persone, capisce benissimo che ogni suo movimento, parola detta o non detta, ha delle ripercussioni sugli altri. Al contrario Ahmad è abituato a vivere libero nel deserto, è insofferente alla prigionia e non è interessato agli esseri umani, che vede come esseri inferiori e talvolta pericolosi. Per questo esplora la città, per sentirsi libero, per questo esaudisce ogni suo capriccio senza curarsi degli altri.
I personaggi di contorno poi sono molto accurati. Le loro storie vengono raccontate senza fretta, come se fossero racconti nel racconto, ma alla fine tutti i fili si intrecciano a formare una fune. Mi è piaciuto leggere soprattutto della comunità turca di Washington street, e più di tutti mi è rimasto nel cuore Mamoud Saleh, il gelataio che non può guardare le persone negli occhi.
Per quanto riguarda gli antagonisti, anche se c’è un cattivo ben definito, non me la sento di condannarlo. Anche la sua vita viene raccontata nei particolari e, quando infine si risolve uno dei misteri del romanzo, si scopre che nonostante tutto non si può avercela con lui per come ha agito. Personalmente, adoro quando questo accade. Quando l’antagonista viene dotato di desideri positivi, motivazioni concrete che vanno oltre il voler fare del male o agire perché si è pazzi, per vendetta, o per brama di potere. Certo, Yehuda Schaalman è un uomo malvagio, egoista, approfittatore, ma la vita e la situazione in cui va a trovarsi lo hanno segnato, ma chi può biasimarlo se desidera rubare un po’ di felicità?

La trama è molto lineare, almeno fino a metà libro circa. La prima parte viene usata più che altro per contestualizzare personaggi e situazioni, per farci conoscere i protagonisti, narrare le storie parallele e costruire le basi di quello che diventerà il fulcro della trama. Nonostante questo non diventa mai noiosa o prolissa. Al contrario immerge lentamente il lettore nella vicenda e lo avvolge con dolcezza.
Non vi dirò molto, perché questo è uno di quei libri che meritano di essere scoperti. Ad un tratto ogni storia comincia ad avere maggior rilevanza, fino a che non si uniscono a svelare il grande segreto che è la ragione di questo racconto, imprevedibile e brillante. Leggere ‘Il genio e il golem’ è come guardare da vicino un tappeto, seguire il percorso di ogni singolo filo, riconoscere le mille sfumature, passare le dita sulle diverse consistenze, per poi allontanarsi pian piano e scoprire il disegno che formavano.


Mentre leggevo ‘Il genio e il golem’ ero entusiasta. Ne parlavo con chiunque fosse disposto ad ascoltarmi, probabilmente ero molto noiosa perché mi dilungavo parecchio ma, evidentemente, il luccichio dei miei occhi impediva alla bontà dell’interlocutore di interrompermi. Forse ho ammorbato anche voi ma se questo è servito anche solo a mettervi la curiosità addosso, allora ne sono felice.
Consiglio caldamente la lettura di questo libro e mi dispiace che non abbia avuto qui in Italia il successo che secondo me merita. Non è scontato, non è una lettura che vuole ad ogni costo essere piacevole o accattivante, e già questi sono segni di una scrittura per ragazzi più matura di quello cui le vetrine dei negozi ci hanno abituati. È una storia che appassiona, che fa innamorare di luoghi e personaggi, fa volare con la fantasia e trasporta in un mondo speciale.

lunedì 31 luglio 2017

Liebster award... Liebster award everywhere!

Avevo in programma altri post, ma li ho lasciati da parte per aggiornarvi riguardo a novità bloggiche. Ho ricevuto tre nomination per il Liebster Award! Ragazzi, che dire? Io mi ero accontentata di una nomination un paio di anni fa, ed ero già al settimo cielo, ma così mi viziate!
Sono felice che questa pagina si sia ritagliata un piccolo spazio nella blogosfera, mi rende orgogliosa. Ormai sono anni che seguo altre pagine come questa, sto attenta agli aggiornamenti, commento, e se rimango indietro una parte di me è felice perché avrò tanti articoli da leggere! Mi è sempre piaciuto scoprire opinioni ed esperienze altrui, trovo i post interessanti e più che semplice intrattenimento, ma un modo per diffondere cultura in modo meno ‘impegnativo’ e che incute meno soggezione di un libro scritto magari da studiosi autorevoli o articoli di giornalisti che magari si trovano solo su riviste specialistiche. Per non parlare poi degli articoli più leggeri, divertenti, ma sempre con un fondo di verità e un’opinione da portare avanti.
L’idea che anche “Changes.Chances.” faccia parte di questo mi fa davvero piacere.



Ma iniziamo con il post vero e proprio!
Per prima cosa ringrazio le persone che mi hanno nominata: Luz, di “Io,la letteratura e Chaplin”; Julia, di “Tanto non importa”; Mami di “Mami fra i libri”. Sono contenta anche perché questi sono tutti blog che conosco e che so avere grande seguito e articoli interessanti, quindi il fatto che le autrici abbiano pensato alla mia pagina mi fa molto piacere.
Orbene, le regole dicono che dovrei rispondere alla undici domande del blogger che mi ha nominata, ma dato che sono in tre ho deciso di suddividerle.

Le domande di Luz

1. Il primissimo libro che hai ricevuto in dono.
Penso che il primo libro vero (senza più illustrazioni che parole) che mi abbiano mai regalato sia stato “Matilde” di Rolad Dahl.
Non so se è stato destino, ma in effetti mi rivedevo in Matilda, che amava i libri e voleva vivere grandi avventure. Forse è stato un colpo di fortuna che mi sia capitato fra le mani quello e non ‘Tom Sawyer’ o ‘La piccola principessa’, perché forse non mi sarei sentita così vicina ad una lettura, ad un personaggio, e forse non avrei continuato a leggere.

2. Come ti immagini da vecchia? (Descrivi una tua ipotetica foto)
Questa è una domanda interessante, ed è anche difficile rispondere. Immagino una foto scattatami a tradimento, magari da qualche nipote che adesso non ha ancora facoltà di intendere e di volere, perché non amo comparire nelle foto.
Sono vicino a una finestra, seduta a una poltrona, e la luce è soffusa. Ho i capelli grigio scuro con fili bianche, le rughe attorno agli occhi e sono più bassa e rotondetta di ora. Vicino a me c’è un tavolino con dei libri, ovviamente, e una tazza di caffè americano.
(Subito dopo la foto il nipote in questione verrà ribaltato, ho già un’idea di chi potrebbe essere...)

3. C’è un viaggio in luoghi remoti che vorresti fare prima o poi?
Da sempre sogno di vedere l’aurora boreale. Oltre al fatto che il viaggio è dispendioso, l’unica cosa che mi ferma è il freddo. Sono molto freddolosa, mi piace il caldo e odio averei piedi ghiacciati. Ma dicono che sia questione di abitudine, e già quest’anno in Dicembre programmo un viaggio in montagna, così comincerò a farmi le ossa.
Aurora boreale, aspettami.

4. Hai mai scritto un libro?
Uhuhuh, che bella domanda! Ho scritto un libro in passato, e uno l’anno scorso.
Il primo si potrebbe definire un romanzo di formazione, e anche per me lo è stato perché mi ha aiutata a confrontarmi per la prima volta con un romanzo e non un racconto, e soprattutto non con una fanfiction. Il secondo invece è la prima parte di una storia di fantascienza, che però, come dicevo qualche tempo fa proprio qui sul blog, a posteriori non mi convince moltissimo. Rimane lì per il momento, chissà che non la riprenda in futuro.

5. Hai mai scritto una poesia?
Da bambina, per un compito scolastico, scrissi una poesia sulla brina. Mi emozionò moltissimo come le insegnanti ne furono entusiaste, quindi ne scrissi altre due o tre.
Per un breve periodo mi impegnai davvero molto per scriverle, ma sapete com’è… gli impegni di un bambino di sette anni sono vari e molteplici, dovevo pensare a un sacco di cose importanti come giocare, convincere i miei genitori a comprarmi i giochi (e i libri!) e guardare i cartoni animati.
Trovare il tempo la poesia è stato impossibile.

Le domande di Julia
6. Se soffrissi di personalità multiple, che caratteristiche potrebbero avere i tuoi alter ego?
Sono una persona abbastanza precisa, quindi penso che intanto per cominciare ne avrei tre, di personalità multiple, e sarebbero tutte parti del mio carattere estremizzate all’inverosimile.
Una sarebbe un professore universitario, preparatissimo su ogni cosa e un po’ spocchioso, rappresenta la mia parte saccente, che a volte odio persino io. La seconda sarebbe un punk barbone, di quelli che vanno in giro con i cani e dicono sempre di essere contrari alla società in cui viviamo e di non farsi lobotomizzare dalla tv perché è quello che vogliono loro. Infine l’ultima sarebbe la mia parte gioiosa, quella per la quale il mondo è bellissimo e tutti dovrebbero essere felici e soddisfatti della vita, quindi sarei probabilmente un mini pony.

7. Una persona famosa – in qualsiasi campo – che stimi molto. Parlaci di lui/lei e del perché lo/la ammiri.
Domanda difficilissima. Ci sono tantissime persone che ammiro, ma vorrei sceglierne una che incarni gli ideali in cui credo.
La prima che mi viene in mente è Jane Austen. Tutti ne sappiamo qualcosa, quindi non sto qui a raccontarvi di lei, ma uno dei motivi per cui mi piace è che ragionava in maniera lucida, o almeno così traspare dai suoi romanzi e dalla sua vita. A differenza di altre autrici dell’epoca, che infine si sono – per così dire – assoggettate a ciò che il mondo chiedeva loro (un matrimonio, dei figli), lei ha capito che ciò amava fare, scrivere, non sarebbe potuto continuare allo stesso modo se si fosse sposata. Quindi non l’ha fatto, a rischio di diventare una zitella e rimanere sola per tutta la vita.
Oggi è difficile immaginarlo, perché bene o male si riesce a conciliare una passione con la vita privata e anche con il lavoro. Non è facile, ma è permesso e tanto basta. Scegliere, a quei tempi, di rimanere non sposarsi e fare un lavoro considerato da uomini, doveva richiedere grande coraggio, per questo penso che Jane Austen, indipendentemente da ciò che scriveva, fosse una donna onesta e coraggiosa.

8. Una cosa del tutto superflua che compreresti se avessi soldi da buttare dalla finestra.
Altra domanda difficile. Un po’ per necessità, un po’ per vocazione, non amo gli sprechi né avere oggetti in eccesso.
Ma se dovessi scegliere una cosa che non mi serve, ma che vorrei, sarebbero tanti appartamenti o casette sparsi per il mondo. Un cottage nella campagna inglese, un loft a New York, un terreno in Australia e un appartamentino a Tokyo.
Cose semplici, vedete?

Le domande di Mami
9. Un colore che ami e un colore che odi.
Amo il verde in tutte le sue sfumature ma, in particolar modo, il verde bottiglia molto cupo. Invece odio il giallo, soprattutto quello accecante, stile canarino, ma anche quello senape.

10. Cosa sognavi di diventare da bambina?
Ho passato varie fasi da bambina, mi ricordo che la prima cosa che ho detto quando mi hanno chiesto cosa volevo fare da grande è stato la maestra. Ma credo che sia una fase naturale di molte bambine. Poi ho cambiato in veterinaria e infine il periodo più lungo alle medie è stato: la regista!

11. Qual’è un film che ti ricorda la tua infanzia?
Premessa: quando guardo film della mia infanzia mi viene la lacrimuccia non appena c’è una scena vagamente triste. Oltre ai cartoni animati, che segnano l’infanzia di tutti, ci sono due film che ho amato da bambina e che mi ricordano i pomeriggi passati a emulare le mie eroine: “Madeline, il diavoletto della scuola” e “Harriett la spia”.
Da vedere. Assolutamente.

Accidenti, rispondere è stato più difficile del previsto! E adesso si prospetta un nuovo compito, forse ancor più arduo: scegliere altri undici blog da premiare.
Mi sono guardata un po’ attorno e ho visto che molti dei blog che seguo hanno già ricevuto le nomination e addirittura fatto il post. Dato che sto comunque postando tardi rispetto agli altri, ho deciso che le mie saranno nomination simboliche.

1. Ilenia Zodiaco, di ‘Con amore e squallore’.
2. Jerry di ‘Libri in pantofole’.
3. Malitia di ‘Dusty pages in wonderland’.
4. Federica Leonardi di ‘Letture pericolose
5. Viola di ‘Quasi adatta’.
6. Penny Lane di ‘What we talk when we talk about books’.
7. Ophelinhap di ‘Impressions choosen from another time’.
8. Angiemela di ‘Libri nella brughiera’.
9. La Leggivendola del blog omonimo.
10. Mr. Ink di ‘Diario di una dipendenza’.
11. Nathen Renga di ‘I dolori della giovane libraia’.

Infine, l’ultima fase. Le mie domande:
1. Con quale personaggio famoso (in vita o deceduto) faresti un viaggio, e dove?
2. Cosa ti piace dell’avere un blog?
3. Come hai scelto il nome del tuo blog?
4. Un libro che sei felice di aver letto e uno che vorresti aver evitato.
5. Se dovessi far scomparire un dispositivo tecnologico (in tutto il mondo e per sempre), quale sarebbe e perché?
6. Sei finito finito nell’ultimo libro che hai letto, come protagonista, quanto ti è andata male?
7. Si dice che in Italia si legge poco. Cosa faresti per cambiare le cose?
8. U libro per bambini o ragazzi che persone di tutte le età dovrebbero leggere.
9. Hai progetti per il tuo blog? Vorresti che evolvesse in qualcosa di diverso o sei soddisfatto di come va?
10. Un personaggio letterario che vorresti come amico.
11. Dopo aver letto questo post vorresti pormi una domanda in particolare? Quale?

venerdì 14 luglio 2017

Stephen King: 5 cose che ho trovato nei suoi libri


Causa curiosità riguardo a tutti i libri con una trama vagamente surreale ho iniziato a leggere Stephen King. Causa Il Fidanzato ho continuato a leggere King. Causa abilità nel narrare dell’autore, non posso più fare a meno di King.

Da un po’, ormai, mi sembra di essere circondata da lui. Sarà per l’uscita ad Agosto del film tratto dalla Torre Nera, e a Settembre di IT, ma vedo King ovunque. Una delle cose piacevoli dei suoi romanzi è che, in un certo senso, vai incontro all’inaspettato ma consapevole che alcuni fattori saranno sempre lì a sottolineare il suo stile e il suo universo. È come entrare in casa e scoprire che qualcuno ha ridipinto le pareti. Tutto è nuovo ma familiare al tempo stesso.

A questo proposito ci sono alcune cose che tornano nei libri di King, e sebbene sia uno scrittore molto prolifico e io non abbia letto nemmeno la metà dei suoi romanzi, mi pare di aver individuato alcuni temi cari. Cose che ti fanno capire che ti trovi in un suo libro. Se riscontrate tre o più fattori di questi nella vostra vita, attenti: potreste essere personaggi di Stephen King.



Alter ego

In tantissimi romanzi firmati dal Re esiste un personaggio che è insegnante, scrittore, o che ha velleità artistiche tali da spingerlo a scrivere. Mentre leggo di questi non posso fare a meno di pensare che siano una sorta di alter ego dell’autore stesso, che dopo alcuni lavoretti in gioventù divenne insegnante e poté, dopo il successo dei suoi primi romanzi, dedicarsi totalmete all’attività di scrittore.

Si pensi al famosissimo Jack di “Shining”, insegnante frustrato dalla vita e aspirante scrittore. O al protagonista di “Misery”, che si ritrova nei guai proprio a causa dei suoi romanzi ma, grazie a questi, viene anche salvato. Oppure al più recente insegnante Jake Epping, che troviamo in “22/11/’64”, capace di instillare nei giovani di questo o del precedente secolo la stessa passione per la letteratura che prova egli stesso.



Il gemello cattivo

Per non uscire dall’area ‘personaggi’ ce n’è anche un altro che ricorre spesso: l’alcolista. King lo usa in due accezioni, se è un personaggio negativo si tratta spesso di un ubriacone della peggior specie, violento e con episodi psicotici che vanno più o meno a intaccare la trama – mi viene in mente il padre della Beverly in “IT”. Altre volte però all’autore piace far redimere il suo personaggio, come ha fatto ad esempio con il protagonista di “Doctor sleep”.

Anche questi personaggi mi fanno pensare a un alter ego dello scrittore, poiché King non nasconde di aver avuto molti problemi di alcol e droga nel corso della sua vita. Con questi personaggi quasi mi sembra che voglia mettere in guarda i lettori, per dire che è così che si diventa, con quella roba, che lui lo sa e che non c’è nulla di peggio della dipendenza (da alcol, non da carta e penna).



Casa dolce casa

Stephen King abita nel Maine, uno stato a nord degli Stati Uniti, confinante con il Canada. Non me ne intendo ma a rigor di logica dovrebbe avere un clima rigido, ampi spazi aperti, laghi e viste splendide e tanta neve d’inverno.

Forse lo usa spesso come ambientazione perché lo conosce, o perché gli piace, forse perché i paesi di provincia creano l’ambientazione perfetta per un romanzo dell’orrore. Posti dove i vicini si conoscono l’un l’altro, dove i poliziotti sono abituati a trattare con una rapina a mano armata, tutt’al più, ma non con un assassino furbo e un paio di mostri e fantasmi. Quelle sono cittadine dove un assassino può nascondersi amalgamandosi con la gente comune, e dove un oscuro segreto può essere celato per molti secoli.

Ora che ci penso, luoghi non molto diversi dalle nostre, di provincie…



Fido

Dato che sono una piccola stalker, seguo le pagine twitter di diversi autori, fra i quali Stephen King. Oltre che fare una campagna di boicottaggio contro Trump ogni tanto consiglia libri ma, soprattutto, mette foto del suo cane Molly (AKA The Thing of Evil) in atteggiamenti più o meno distruttivi.

Ora, da una persona che fa così tante foto al cane che, per inciso, è ben pasciuto e dal pelo brillante, mi aspetto che adori gli animali, in special modo i cani. Rimane però il fatto che ho letto più di un libro di King nel quale il cane finisce male. Ma tanto male. Le scene con cani morti o sofferenti mi distruggono, e di solito colui che infierisce sul povero animale è un personaggio pazzo, guidato da forze malvage, o semplicemente cattivo. Sono giunta alla conclusione che lo faccia per scioccare il lettore, perché quale modo migliore per far capire la tempra di un personaggio e nel contempo farlo odiare, se non fargli uccidere un animale che gli dimostra fiducia?

Insomma, mi sa che è una tecnica. Edgar Allan Poe, lo sapeva anche lui, ma preferiva i gatti.



Il male fatto libro

Fra le tecniche e i concetti più usati da King ci ho trovato qualcosa di diverso dai personaggi e le situazioni che ormai sono un suo cliché nei romanzi dell’orrore. L’interpretazione di un sentimento, di una forza che è in ognuno di noi: il male.

In molti libri il cattivo di King per eccellenza è un personaggio (nella serie della Torre Nera e in “L’ombra dello scorpione” abbiamo Randall Flagg, in “Cose preziose” Leland Gaunt e non dimentichiamo la follia che IT porta a Darry, che può contagiare chiunque), ma mi ha sempre dato l’impressione che il discorso fosse più ampio. Ognuno di questi antagonisti ha qualcosa di soprannaturale che va oltre le magie che compie per sopraffare gli eroi della storia. Possiedono una forza che li muove e una volontà che va oltre quella di uccidere, o mangiare bambini o collezionare anime, ma è la volontà di fare del male. Per il gusto di farlo, perché è giusto che il male esista, perché solo con Il Bene possiamo combatterlo e senza Il Male non esisterebbe Il Bene.

Certo poi King rappresenta il bene come una tartaruga spaziale o una vecchia centenaria, ma tant’è. L’importante è che il Male venga sconfitto, che sia un pagliaccio o un ottimo venditore.

giovedì 22 giugno 2017

Penna alla mano #4: Forze e debolezze

Ho un progetto in corso che non so quando vedrà la luce. Sono contenta di aver ultimato il precedente romanzo, ma adesso che ne ho preso le distanze non lo sento più mio. Non so che cosa succederà, ma per il momento rimane lì nel cassetto, preferisco dedicarmi ad altro. Un giorno vorrei pubblicare ancora, magari qualcosa di più lungo di un racconto, ma sicuramente voglio che sia una storia con cui sono perfettamente ‘allineata’, a cui credo con tutta ma stessa senza sforzo.
Mi è capitato, trovandomi così in difficoltà con il precedente racconto, di pensare perché il lavoro in cui mi ero lanciata con tanto entusiasmo ora non mi soddisfi più. Non è tanto una questione di stile, più che altro credo che sia l’intento della storia, il motivo per cui l’ho scritta, ciò in cui non credo più. Se ci ripenso la trovo immatura, incompleta, e per un po’ ho pensato a quali fossero i suoi punti di forza e quali i punti deboli.
Ho scoperto che quelli del romanzo coincidono con i miei punti forti e deboli, quelli che ho nella scrittura. È stato un esercizio utile perché mi ha permesso di abbandonare il particolare per vedere il quadro generale, e ho capito meglio quali sono qualità e difetti del mio processo creativo.

Fortuna che non sono una persona modesta.
Non che mi reputi una fuoriclasse, ma non fatico a trovare dei punti di forza, il che mi fa pensare che credo in me stessa quanto basta per creare un mix tra umiltà e capacità. Non amo le persone che fingono di buttarsi giù solo per sentirsi dire «Mannò!, che dici? Sei così bravo!», quindi cerco di non comportarmi così.
Ecco, una prima qualità di cui sono fiera è l’immaginazione. Ho sempre un mucchio di idee, non ho bisogno di sforzarmi per trovarne una, nascono naturalmente. Un’idea per una storia può scaturire da qualcosa che vedo in giro, da una conversazione con qualcuno, o da una riflessione. D’un tratto un concetto si trasforma nell’idea adatta ad un racconto. Me li scrivo tutti, questi spunti, perché sono talmente tanti che rischio di dimenticarli.
Questo prima di iniziare a scrivere. Per quanto riguarda la parte pratica mi hanno fatto i complimenti per i dialoghi, che risultano credibili e in linea con il carattere, l’estrazione sociale dei personaggi, e le situazioni.
Mi sono resa conto inoltre che riguardo alla trama seguo molto l’istinto. La pianifico inizialmente, e la faccio andare avanti seguendo uno schema che conosco già, ma se qualcosa non mi convince non lo forzo. Non mi spaventa uscire dai binari che ho preconfezionato, se sento che è la cosa giusta da fare. A questo proposito mi è capitato di dover rivoluzionare completamente una storia (magari dall’inizio e dopo un sacco di pagine già scritte, perché farmi mancare questo brivido?!) per una piccola modifica che ho scelto di fare in seguito. Nemmeno questo mi spaventa; posso apportare modifiche gigantesche per sistemare un dettaglio, il tempo o la fatica che mi occuperà non mi interessano – anzi, non mi pesano. Peno che questo sia un insegnamento che mi ha dato tempo fa la mia professoressa di arte. Piuttosto di continuare a insistere su un dettaglio errato, cercando sistemarlo a poco a poco, mi diceva di andare di gomma e rifare tutto per ottenere i risultati che cercavo.
Ultimo pregio, anche questo di cui sono orgogliosa, è che ascolto i consigli. Nonostante a volte detesti il mio carattere, che esplode a tradimento come un vulcano attivo in attesa solo di una scusa per eruttare, sono piuttosto razionale. Dopo la lettura di una storia da parte di più persone analizzo le problematiche trovate da ognuna di loro e cerco di migliorarla in base a quelle, suddividendo fa le critiche che riguardano il gusto personale e quelle che sottolineano un problema oggettivo della storia. Ricevere critiche mi dispiace, ovvio, ma le ascolto tutte senza cercare giustificazioni né arrabbiarmi, e dopo aver aggiustato il tiro in base a queste i risultati se vedono sempre.

Ma si sa, la severità più inflessibile viene proprio da noi stessi, e trovo anche parecchi difetti nel mio modo di scrivere. La maggior parte sono più evidenti a me, problemi che riguardano il primo abbozzo di trama o la primissima stesura del testo. Nonostante questo sono difetti da correggere sicuramente, perché al lettore arrivano, seppur in maniera molto vaga.
Spesso mi capita, mentre organizzo la trama, di creare dei nodi che poi non riesco a sciogliere. Mi capita di intrecciare tanto le vicende da non trovare più io stessa il famoso bandolo della matassa,  più semplicemente di mettere i miei personaggi in situazioni tanto terribili che solo un deus ex machina può salvarli – il problema è che io odio i deus ex machina, perché sono proprio l’ultimo appiglio a cui l’autore può aggrapparsi e, a mio parere, sono segno di una scrittura che deve ancora maturare. Per risolvere queste magagne mi ritrovo a dover fare modifiche che non avrei voluto fare, che però la maggior parte delle volte mi portano via del tempo. Come ho detto prima non mi dispiace rimboccarmi le maniche e modificare una buona parte di testo, ma un conto è farlo perché senti che è la cosa giusta da fare, un altro è dover sistemare lì dove c'è uno sbaglio. So che è per la buona riuscita della storia, tuttavia via mi rendo conto che se solo riuscissi ad organizzare subito tutto al meglio, non mi ritroverei con questi problemi.
Poi c’è la mancanza di organizzazione e le lunghe tempistiche. Ci metto tanto a scrivere, forse proprio perché fatico a pensare ad uno schema pratico da seguire. Penso che se riuscissi a trovare un metodo andrei molto più veloce, ma fin’ora quelli che ho provato non hanno dato i risultati sperati. Avevo sentito dire ad esempio che scrivere tot parole al giorno aiutava a tenersi allenati, a non ‘staccarsi’ dalla storia, e per qualche mese l’ho fatto, per un precedente progetto. Ho terminato in tempo record ma mi sono resa conto che scrivere era diventato un processo meccanico. Le pagine che sfornavo diligentemente mancavano di anima, erano un puro esercizio senza cuore.
Oltre alle cose più pratiche trovo un altro difetto della mia scrittura, che si può definire forse di stile. Credo che i miei personaggi non spicchino particolarmente. A volte mi sembra che abbiano un carattere nebuloso, che non influisce sulla trama, quando invece secondo me il carattere dei personaggi dovrebbe avere molto peso. Tutto dipende dalle scelte dei protagonisti, la storia si dipana seguendo i percorsi determinati dalle loro azioni. Ma cosa determina le loro azioni? Il carattere, e tutto ciò che vi è legato. Il background culturale, l’infanzia, i desideri e le passioni, le paure, le esperienze e gli insegnamenti ricevuti dalla vita. Tutto questo a volte manca nei miei personaggi, me ne rendo conto, e rimangono macchie indistinte. Le loro motivazioni sono forti, ma mancano di spessore.
Ultimo mio cruccio è l’impazienza. Quando devo revisionare una storia sono molto frettolosa, vorrei farlo subito quando invece sarebbe meglio lasciarla da parte… a lievitare, come una pagnottina. Se non aspetto e non mi distacco dalla storia rischio di essere ancora troppo coinvolta e di non vedere ciò che va migliorato, quindi di presentare ai lettori una storia che non esprima tutto il suo potenziale.

Ho riletto il post e, sebbene mi dia un colpo in testa nel leggere l’ultima parte riguardo a tutto ciò in cui potrei migliorare, sono contenta sia di aver trovato delle qualità che dei difetti nel mio modo di scrivere.
Significa che riesco ad essere obiettiva con me stessa, non cerco scuse e voglio migliorarmi, ma vedo anche motivi di orgoglio e so di essere cresciuta in questo ambito della mia vita. Credo sia importante trovare una via di mezzo o si rischia di abbattersi o, al contrario, di pensare di essere già arrivati quando, in realtà, non si sono fatti che pochi passi.
Io ho fatto alcuni passi. A volte ho evitato la caduta, altre sono inciampata. L’importate è sapere come e perché si è rovinati a terra, per impedire che accada di nuovo. Ecco, il post che avete appena letto è servito a questo.