sabato 24 gennaio 2015

Come ho vinto "Quella vita che ci manca", di Valentina D'Urbano

Oggi parlo un po’ dei fatti miei, ma tranquilli che sono sempre comunque fatti ad argomento libresco e, se andate un po’ più giù nel post, avrete l’opportunità di leggere anche una breve storia. Ora che ho attirato la vostra attenzione con la promessa di una lettura (sono manipolatrice, sì!) vi spiegherò meglio.
Qualche tempo fa avevo letto un post su un blog molto carino che seguo e di cui forse avrete sentito parlare, “Dusty pages in wonderland” (per andare sul blog, cosa che vi consiglio, cliccate qui). In collaborazione con l’autrice Valentina D’Urbano (per la sua pagina facebook cliccate qui) avevano indetto un piccolo concorso che mi aveva incuriosita. In palio una copia del nuovo libro della D’Urbano, “Quella vita che ci manca”, che ho prontamente ricevuto proprio pochi giorni fa. Per vincere una delle cinque copie in palio si doveva inventare il finale di un piccolo racconto, scritto proprio dall’autrice del libro, la cui fine era stata ‘tagliata’.
Ebbene ci ho provato e ci sono riuscita! E la cosa che più mi ha entusiasmata è il fatto che il mio finale sia stato considerato originale, e abbia vinto per quel motivo. Sarà anche un piccola cosa, ma mi ha fatto immensamente piacere!
Vi lascio alla storia di Valentina D’Urbano e ai suoi finali, qui sotto. Ho messo in evidenza dove la storia era tagliata e inserito prima il finale originale e poi, più in basso, il mio finale.
Buona lettura!
 
 
 
 
 
Il regalo di Natale
Di Valentina D’Urbano
 
Scende giù dal paese a folle velocità. Il Cayenne ha lo stesso colore della neve intorno e sbanda e stride sull'asfalto ghiacciato, ma lui quelle strade le conosce da quando è nato, non lo tradiranno proprio adesso.
Corre come un invasato, come se stesse facendo tardi al suo matrimonio.
Corre come avesse il diavolo attaccato al culo.
Eppure non ha fretta.
È solo che la macchina è nuova e profuma ancora di cellophan e plastica pulita, e non ha un graffio, è lucida, veloce.
E adesso, mentre corre a un appuntamento per cui è già in ritardo, sa perfettamente che quell’auto se l’è guadagnata. E vuole godersela.
Quella mattina quando il telefono ha suonato e sul display è apparso il numero di lei, quasi non voleva crederci.
Con che faccia tosta richiamarlo, invece di sparire e di trovarsene un altro.
Ma lei piangendo aveva detto che era di lui che aveva bisogno, che un altro così non lo trovava, che nessuno si fidava di lei per quell'aria che aveva, e invece lui lo sapeva che lei non era una bugiarda, certo, qualche difetto ce l'aveva, però non era una bugiarda.
Stava male senza di lui, c'era un freddo immenso senza di lui, un freddo che nessuna coperta poteva scacciare.
Vediamoci al solito posto, aveva implorato lei piangendo e singhiozzando.
Le aveva fatto pena, era sempre stato un tipo dal cuore tenero.
Va bene, aveva risposto. Ma è l'ultima possibilità che ti do.
In fondo è quasi Natale, anche se lei un’altra possibilità non se la merita affatto.
Ma a Natale sono tutti più buoni, anche lui che è buonissimo tutti i giorni dell’anno, a Natale lo diventa ancora di più.
Parcheggia l’auto su uno spiazzo deserto di fronte a un parrucchiere e a un negozio di cartoleria, chiusi.
Si incammina a piedi giù per la strada tortuosa, nel silenzio.
Pini innevati a destra, campi innevati a sinistra, lui al centro della strada ghiacciata, sopra il cielo grigio che promette altra neve, appena poco più giù una villetta solitaria, di quelle costruite fuori dal paese, con un giardino anch'esso ricoperto di neve, uno striminzito albero di natale che lampeggia di luci colorate e il triciclo abbandonato sul vialetto, come nei film.
Guarda in alto verso le persiane chiuse.
Nessuno. Forse stanno dentro davanti alla tv, forse partiti per le feste.
Prosegue ancora finché le case non scompaiono, lasciando il posto alla strada provinciale.
Adesso c'è solo neve immobile e frusciare di foglie bagnate.
Pensa che vorrebbe fosse estate, e camminare su quella provinciale tra gli alberi verdi, e il verso degli uccelli, e le cicale.
E poi pensa che quando d'estate percorre quella strada vorrebbe fosse pieno inverno, con gli alberi innevati, quella luce boreale e l'odore, l'odore della neve, che non tutti lo sentono, ma lui sì, ti ghiaccia i polmoni, ti fa sentire solo, ma di una solitudine trionfante, la solitudine degli eletti, di quelli che stanno in alto, quelli che hanno conquistato la vetta graffiando la roccia con le unghie e scalciando nel vuoto.
È partito dal basso lui, venuto su dal niente, come quelle piantine timide che tra qualche mese germoglieranno nel ghiaccio.
Adesso, quella piantina nata nella neve, cammina veloce e si stringe il Moncler color panna addosso, nell’eco irreale di quel freddo.
E pensa a lei, a quella che sta andando a incontrare.
Lei che lo prendeva in giro alle scuole medie (sì, le avevano fatte insieme, poi però lei era andata al liceo classico in città, e lui era andato a lavorare giù alla carrozzeria di suo zio, che con la scusa della parentela spesso e volentieri si dimenticava di pagarlo), lei che commentava con sorrisetti odiosi quel suo essere un tredicenne goffo e bruttarello, lei che era bella, bellissima che a quattordici anni già si girava tutto il paese a guardarla, lei che una volta, quando di anni ne avevano diciassette, gli aveva chiesto di uscire insieme e lui ci aveva pure creduto e l’aveva aspettata per tutto il pomeriggio davanti al cancello del cimitero, con le amiche di lei che passavano e ridacchiavano e solo dopo l’aveva capito il perché delle loro risate.
Adesso non funziona più così, adesso l’ordine si è invertito.
Ora è lei che chiama lui, e ha una voce, una voce terribile, una voce piena di male che solo a sentirla ti sale un rigurgito amaro dallo stomaco, sarà che quella ragazza bionda e bellissima adesso gli fa pena, sarà che ormai l’amore che prova per lei è un sentimento acido e stantio. Sarà che non lo sa, sarà che forse non ha il coraggio di chiederselo.
Sa solo che è una vita che Erika si comporta male con lui. Una vita che promette e non mantiene, che pretende e prende restituendo poco e male.
È sempre stata così Erika. Avida, meschina, opportunista.
Non gliene frega niente degli altri, è avida e vuole tutto per sé.
Ma questa è l’ultima volta.
Scavalca il guardrail in un punto in cui il pendio non è troppo ripido e la neve sembra compatta, scende piano con le braccia aperte a cercare di mantenere un equilibrio precario, ma presto è giù, di nuovo in un territorio sicuro, pianeggiante.
Ci sono quegli abeti enormi , quel silenzio carico che gli piace da morire, il rumore dei suoi passi sulla neve fresca.
Dopo pochi metri Erika è lì, appoggiata contro un tronco. La neve le cade in testa e le bagna i capelli ma lei non ci fa caso. Ha occhiaie che sembrano ustioni e la faccia lucida e le labbra secche e screpolate, ma lui quelle labbra le bacerebbe lo stesso, che Erika è bella anche così disperata e sfatta.
«Alessio, ti prego…» mormora, tendendo le braccia verso di lui che fa un passo indietro e nasconde le mani dietro la schiena.
«Ale non mi fare così…» Adesso Erika piagnucola e balbetta e a lui piace sentirla implorare, gli ricorda di tutte le volte che l’ha implorata lui.
Alessio si sfila un guanto, si china a raccogliere un po’ di neve, se la fa sciogliere in mano. Guarda quella e non il viso della ragazza.
«Erika…che devo fare io con te? »
«Non lo so. Non lo so che devi fare. Ale ti prego, io sto male.»
Erika sta per mettersi a piangere come al solito, come ogni volta che discutono, ma qualcosa la blocca.
Spalanca gli occhi, allarmata.
Ci sono delle voci che provengono dal bosco, a pochi metri da loro.
Due voci, forse tre, e si avvicinano.
Probabilmente è qualcuno del paese, qualcuno che conoscono entrambi e Alessio non ci fa bella figura a farsi vedere insieme a Erika che piange, perché le chiacchiere corrono e poi dicono in giro che hanno visto Alessio Troili maltrattare la Erika Perron, ché poveraccia, già non sta bene di suo e per colpa di lui.
Tutti in paese dicono che Erika si è rovinata a stare appresso a lui, ma non è vero.
Lui a Erika le vuole bene, anche se è una stronza, anche se sette anni prima lo ha lasciato un intero pomeriggio ad aspettarla.
Lui è buono e la gente la perdona.
Non vuole mica vederla soffrire.
Alessio aspetta che quelli delle voci si avvicinino così che possano vederli, e poi fa due passi e la abbraccia, e la faccia di lei è bollente e bagnata di sudore, e Erika adesso piange davvero, gli si avvinghia addosso e tira su col naso in una maniera che fa proprio pena.
«Alessio, per favore, Alessio, io non so che fare senza di te, non mi mollare così, Ale ti prego non mi mollare così, faccio tutto quanto, tutto quello che vuoi, Alessio, Alessio…»
Non la smette più di ripetere il suo nome.
«Stai zitta, che c’è gente, non piangere Erika, piccola, non piangere. Va tutto bene» dice lui mentre quelli passano, adesso in silenzio perché li hanno visti e devono far finta di non essersene accorti, allora Alessio le prende il viso tra le mani e la bacia e le labbra di Erika graffiano e il suo alito è amarissimo, ma continua a baciarla lo stesso, e mentre la bacia glielo dice che quella è l’ultima volta, che così non si può andare avanti, che lui ha tanta pazienza, ma così proprio non può funzionare, e glielo dice dolce, sussurrandolo, e Erika non piange più, Erika si stacca e annuisce decisa e spaventata e sollevata e un altro milione di cose che si mescolano su quel viso bellissimo e scorticato.
«L’ultima volta, va bene piccola? Facciamo che è il mio regalo di Natale per te. Perché ti voglio bene, lo sai, no? Lo sai che ti voglio benissimo, ma questa è l’ultima volta che
[Il finale di Valentina D’Urbano] te la do a credito, perché io mi fido di te, ma dopo mi devi ridare tutto con gli interessi, che se mi arrabbio sono un sacco di guai per tutti, eh piccola? Lo sai piccola come mi arrabbio, no?»
Le fa scivolare l’incarto argentato nella tasca della giacca, ed Erika sospira e quasi trema.
Adesso lui la scioglie dall’abbraccio, scuote la testa, si volta e se ne va.
Le ha dato due grammi pieni, perché quella è talmente tossica, talmente sfondata dall’eroina che due grammi le bastano per una botta appena.
Ma stavolta, gliela deve pagare.
 
[Il mio finale] fingiamo davanti agli assistenti sociali. Quand’è la visita?»
«Domani alle cinque.»
«Passo a prendervi dopopranzo.»
Erika annuisce e si asciuga il naso umido. «Grazie.»
La prima volta che avevano incontrato agli assistenti sociali stavano ancora assieme. Alessio aveva lasciato il suo indirizzo come domicilio perché Erika e il bimbo si sarebbero trasferiti di lì a poco. Ma la novità si era presto trasformata in routine, i silenzi si erano allungati, i litigi fatti più frequenti. Avevano deciso di lasciarsi alla fine di una lite cattiva, fatta di parole pronunciate per ferire.
Una parte di Alessio la odia, ma non può lasciare che le portino via Mattia – cosa che farebbero senz’altro se vedessero come vive.
Erika sorride fiacca. «Tia sarà felice di vederti.»
La pancia di Alessio si riempie di caldo conforto. «Gli ho comprato dei regali. Se...» Esita, ma solo pochi attimi. «Passate il Natale da me.»
«Volentieri.»
I due si allontanano in direzioni opposte lasciando grossi solchi sulla neve. Alessio si infila in macchina e, ripensando a Mattia, a quanto lo ama, si domanda se quella sarà davvero l’ultima volta.
 
 
 
 
 
Ho scelto questo finale perché, anche se quello della ragazza drogata e dello spacciatore mi era già passato per la testa, ho visto che in molti lo avevano già usato (e infatti era così che finiva in realtà). Quindi ho voluto optare per qualcosa di diverso… e ora ho un bellissimo libro che mi aspetta!

Nessun commento:

Posta un commento

Ogni commento sarà bene accetto!
Grazie dell'attenzione e del tempo dedicatovi.